
26 novembre 2009 | Phlippe Ridet |
Le Monde
Massimo Ciancimino: nel nome del padre e del figlio...
Articolo di "Personaggi d'Italia", pubblicato in Francia giovedì 26 novembre 2009 da Le Monde.
C’era da vederlo uscire da casa sua, a Bologna, quella mattina. Saltellante come un elfo. Massimo Ciancimino, 45 anni, si è prima precipitato in edicola per acquistare almeno una dozzina di quotidiani, poi ci ha intrattenuti in un bar. La sua scorta di due poliziotti era appena arrivata, permettendogli finalmente di mettere il naso fuori. Loro, camicia nera e scarpe da ginnastica come tutti i poliziotti del mondo; lui, giacca blu alla marinara, camicia a righe e fazzoletto al taschino abbinato, al polso destro un Rolex, al polso sinistro un assortimento di bracciali.
È quindi lui, quest’uomo invecchiato nel corpo di un ragazzino, questo tipo dallo sguardo birichino in cui brillano scintille d’inquietudine, che fa tremare l’Italia con le sue confessioni spontanee facendo riaprire inchieste vecchie più di vent’anni in cui sono coinvolti tanto strettamente quanto segretamente lo Stato e Cosa Nostra?
Una prima intervista, concessa al settimanale Panorama nel dicembre 2007, gli valse la convocazione da parte dei giudici siciliani che indagavano per sbrogliare i fili complicati che legavano servizi segreti, polizia, mafia e politica negli attentati contro i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (avvenuti) nel 1992. Trattative segrete, corruzione di tutti i tipi…
È che ha così tante cose da dire, lui, il figlio dell’ex sindaco corrotto di Palermo, Vito, morto per cause naturali, nel 2002, all’età di 78 anni. Nell’appartamento dell’elegantissima via Liberta o nella casa di famiglia a Mondello, [Massimo N.d.T.] ha visto sfilare i più alti esponenti della malavita e della politica: boss, criminali, imprenditori in cerca di mercato, ministri e deputati alla ricerca di protezione. Tra questi visitatori della sera, un certo Bernardo Provenzano, il “capo dei capi”, arrestato nel 2006 e condannato a dodici ergastoli. Massimo se ne ricorda molto bene: “Veniva una o due volte al mese, anche in piena notte. Era sempre ricevuto immediatamente da mio padre. Insieme bevevano camomilla”. L’era di Vito Ciancimino a Palermo fu segnata da un numero record di appalti concessi ad aziende di Corleone, il paesino siculo di cui Vito, proprio come Bernardo Provenzano, era originario.
Dalla cassetta di sicurezza di una banca di Vaduz (Liechtenstein) dove sono conservati i documenti più esplosivi di suo padre, Massimo Ciancimino ha già riportato il papello originale che prova che una vera e propria trattativa ha avuto luogo, nel 1992, tra lo Stato e Cosa Nostra con lo scopo di far terminare le stragi. In cambio della “pace civile”, la mafia esigeva, tra le altre cose, un addolcimento del regime carcerario per i suoi membri imprigionati e … la detassazione della benzina in Sicilia!
A metà novembre, Massimo Ciancimino ha deposto sul tavolo degli inquirenti un rotolo di messaggi provenienti da Bernardo Provenzano. Indirizzati a Vito Ciancimino, parlano di un senatore amico di Cosa Nostra. Per gli esperti di mafia, non c’è alcun dubbio: si tratta di Marcello dell’Utri, uno dei fondatori di Forza Italia nel 1994, il partito di Silvio Berlusconi con il quale andrà per la prima volta al potere. Condannato a nove anni di prigione in primo grado, Dell’Utri è anche indicato da un collaboratore di giustizia, Gaspare Spatuzza, per essere stato in contatto con la mafia.
Cosa spinge Massimo Ciancimino a parlare? E così tardi? “Ero spettatore”, dice per respingere l’accusa di complicità. Aggiunge: “In Sicilia, questo genere di mix è permanente”. Una vendetta contro questo padre odiato, ma fedelmente servito? “Aveva paura che finissi male. Tutte le sere, mi metteva attorno ai piedi una catena di 10 metri per impedirmi di uscire. Mi controllava in questo modo e attraverso i soldi. È quanto di peggio si possa immaginare”.
Tuttavia, il giovane Massimo diventa nel corso degli anni l’autista, l’accompagnatore, l’uomo di fiducia di suo padre. Nel codice d’onore di Cosa Nostra, si dice che i figli non possono tradire i padri, per quanto duri possano essere. Massimo guarda, spia, comincia a capire e tace. Meglio: lo segue volontariamente nei suoi arresti domiciliari e, quando Vito è incarcerato nel 1992, Massimo gli offre il suo appoggio costante. Senza illusioni? Davanti la sua tazza di caffé, mentre gioca coi suoi due telefoni, spiega: “In Sicilia, non ci sono eroi positivi, spariscono rapidamente. Mio padre, lui, è sopravvissuto…”
Nel 2002, con la morte di Don Vito, il nome di Ciancimino incomincia a puzzare. Massimo è nell’occhio del ciclone. I suoi affari (vendita di orologi Rolex, acquisto e rivendita di materie prime in Russia e Kazakhstan) lo espongono alla curiosità degli inquirenti, che lo sospettano di riciclare il tesoro accumulato da suo padre negli anni di fasti. Viene intercettato. Dalle conversazioni registrate emergono contratti favolosi, per milioni di euro… A marzo 2007, Massimo Ciancimino è condannato, in primo grado, a cinque anni ed otto mesi di prigione. Nel frattempo, gli vengono confiscati 60 milioni di euro. Si stupisce: “Pago per i suoi errori”-
Questa condanna può essere un’altra delle chiavi per comprendere le sue confessioni. Una cooperazione in cambio dell’indulgenza dei magistrati che lo giudicheranno in appello? “È possibile”, spiega Gianluigi Nuzzi, autore di 'Vaticano S.p.A.', pubblicato nel 2008 nell’edizione Chiarelettere. In questo best-seller – non tradotto in francese -, Massimo Ciancimino ha raccontato che si recava con suo padre alla banca del Vaticano per depositare i soldi della corruzione. “Ma, parlando, continua Nuzzi, prende più rischi di quanti ne corra in prigione”.
I rischi sono reali. Massimo Ciancimino disturba tanto i mafiosi che temono per i loro affari quanto i politici obbligati a ritrovare la memoria. Ha perso il conto delle lettere anonime. La Sicilia non è più un luogo sicuro per lui. Il suo appartamento di Palermo è stato svaligiato. Ha scelto la calma di Bologna, città di sua moglie, per continuare a portare avanti i suoi commerci e gestire la sua notorietà. Al Café de Paris, dove ci ha portati, gli viene riservato il tavolo migliore. Al suo fianco, i due poliziotti della sua scorta gli preparano la rassegna stampa aprendo i giornali sulle pagine che lo riguardano.
Manca ancora una chiave per capire. A fornirla è Francesco La Licata, siciliano ed esperto in materia di mafia del quotidiano La Stampa, oggi in pensione. “È la nascita di suo figlio, cinque anni fa, che l’ha spinto a rivedere il suo passato e ad interrogarsi.” Un bambino per lavare le colpe del padre e ridare un po’ di credibilità al nome dei Ciancimino? Massimo concorda: “Non si sceglie la propria nascita, ma si può decidere come vivere. Non farò con Vito Andrea, mio figlio, gli errori che mio padre ha fatto con me.”
Vito Andrea? Vito come l’altro? Massimo Ciancimino è sorpreso dal nostro stupore: “Non credo alla predestinazione.”
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