
26 ottobre 2009 | Roberto Lapia |
L'Europa che verrà
Tra cliché e stereotipi: storia della comunità cinese in Italia, partendo da un concorso di bellezza
Una comunità misteriosa, chiusa su stessa, impenetrabile. Sarebbero queste, secondo molti italiani, le caratteristiche della diaspora cinese in Italia. I pregiudizi e gli stereotipi su questa collettività si sprecano, e vanno di pari passo con il mancato sforzo da parte nostra di cercare di comprendere questi immigrati, il cui numero è cresciuto notevolmente dal 1980 ad oggi.
Uno sforzo che hanno tentato di fare Riccardo Cremona e Vincenzo de Cecco, i due autori del documentario "Miss Little China" (edizioni Chiarelettere). Grazie al loro lavoro è possibile entrare nella quotidianità di questa comunità per scoprire che in fondo i cinesi non sono così diversi da noi. Anche loro “sudano, piangono, sognano”. Un viaggio che ci permette di abbattere i tanti cliché che li circondano.
Vincenzo de Cecco, co-autore del film-documentario, ci parla della ricerca condotta da lui e da Riccardo Cremona sulla comunità cinese in Italia e ci spiega i percorsi personali di questi immigrati, piccoli ambasciatori in Italia del più grande mercato del mondo.
Il documentario racconta i cinesi d’Italia traendo spunto da un concorso di bellezza per ragazze cinesi in Italia. Quali sono le ragioni di questa scelta?
La ricerca per il documentario si è svolta parallelamente alla genesi del libro “I cinesi non muoiono mai”, di Raffaele Oriani e Riccardo Staglianò. Parlando con loro io e Riccardo Cremona ci siamo accostati a questo mondo di grande lavoro e grandi sacrifici. Per il documentario abbiamo pensato di partire da quello che in qualche modo potrebbe essere un paradossale punto d’arrivo: un concorso di bellezza tra le luci del casinò di Venezia, in un’Italia di veline e tronisti. Insomma siamo partiti da quanto di più lontano dall’immagine dei cinesi si possa avere per poi compiere una sorta di viaggio a ritroso nelle loro storie d’emigrazione.
I cinesi in Italia erano 2.000 nel 1980. Oggi sono più di 150.000. Cosa spinge questa popolazione a scegliere in massa il nostro paese e quali sono le città preferite dei cinesi?
Forse sarebbe più corretto dire “sceglieva”, i flussi migratori verso l’Italia sono notevolmente scemati negli ultimi tempi, a causa del boom della Cina e della crisi delle economie occidentali. E non c’è una città preferita. Una delle caratteristiche dei cinesi in Italia è appunto la loro duttilità e “laicità”. Vanno dove vedono la possibilità di emanciparsi più rapidamente. La quasi totalità della comunità cinese in Italia viene dallo Zhejiang, una provincia a sud di Shangai e il motivo per cui scelgono l’Italia è perché ci sono parenti e o amici che possono aiutarli.
Che tipo d’immigrati sono i cinesi? Quali sono le loro attività principali? Possiamo parlare di una comunità integrata o meno (anche in relazione ad altre comunità straniere presenti in Italia)?
Come gran parte degli immigrati i cinesi vengono in questo paese per cambiare il proprio destino e soprattutto quello dei loro figli. Quindi, volendo individuare un percorso “tipico” di un immigrato cinese bisogna partire in media da almeno 10.000 euro, che è il prezzo del “biglietto” per entrare in Italia. Per pagare questo debito inizieranno a lavorare in un ristorante o in una fabbrica conto terzi, dove lavoreranno a cottimo proprio per poter ripagare il più velocemente possibile il loro debito. Successivamente, avendo provato di essere dei lavoratori affidabili, chiederanno un prestito alla comunità per poter aprire un’attività in proprio. Questo prestito verrà effettuato spezzettandolo all’interno della comunità, per cui laddove noi vediamo centomila euro loro vedono cento per mille euro. Il prestito sarà senza interessi e la certezza che verrà restituito viene dal fatto che chi non lo fa viene totalmente emarginato dalla comunità. Con questo denaro apriranno una loro attività. Quale? È facile rispondere: ristoranti, fabbrichette, bar, negozietti, ma in realtà la risposta è: qualsiasi attività che possa offrire delle opportunità.
Nel documentario si può cogliere una certa differenza tra gli immigrati cinesi di prima e di seconda generazione…
Gli immigrati cinesi di prima generazione hanno passato la loro vita in Italia a lavorare, spesso all’interno della propria comunità, e spesso parlano pochissimo italiano. I loro figli colgono i frutti di tutto ciò e sono forse il primo vero punto di contatto tra cinesi e italiani. Vanno alle nostre scuole, e in apparenza sono del tutto simili ai loro coetanei italiani, tanto da essere sprezzantemente chiamati “cinesi banana” (cioè gialli fuori e bianchi dentro) dai cinesi della madrepatria. In realtà essi non sono esattamente come i loro coetanei. Non è infrequente vedere ragazzi nella prima adolescenza far da interpreti ai genitori in transazioni commerciali, di fatto conducendo la trattativa. In qualche modo prendono il meglio dei due mondi. Questi sono i ragazzi che, incuranti degli strali del nostro Ministro delle Finanze (“il problema dei cinesi è questo: ci stanno mangiando vivi”) hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare le nostre ambasciate. Hanno messo in contatto i produttori del Made in Italy con il più grande mercato del mondo. Solo questo esempio per dire quanto siano per noi una risorsa.
Il documentario racconta la dimensione quotidiana dei cinesi d’Italia, una dimensione per molti di noi inedita. Scopriamo così che i tanti luoghi comuni che accompagnano i cinesi sono per lo più falsi. Perché secondo voi si è creata una così florida leggenda attorno a questa comunità?
Per un’ignoranza anche comprensibile. Abbiamo detto che la forza della comunità cinese sta nell’essere veramente comunità. Questo ha come effetto collaterale una certa chiusura che permette a noi italiani di immaginare qualsiasi cosa. Bisogna dire che l’ignoranza è reciproca. Ci siamo trovati a parlare con alcuni, residenti in Italia da 20 anni, che ci chiedevano il perché di comportamenti e usi italiani.
Perché nella vulgata comune i cinesi sono considerati un popolo misterioso? Siamo noi che non ci sforziamo di capirli o sono loro stessi che cercano di creare questa aura di mistero intorno a loro?
Purtroppo, per parafrasare un cinese che risiede in Italia da 30 anni “sembra che abbiamo scelto di non capirli”.
Il pregiudizio che in Italia circonda la comunità cinese è figlio di un pregiudizio generale, legato ad una mancata cultura dell’immigrazione ed alla paura dello straniero, oppure è un pregiudizio legato strettamente alla cultura cinese?
Difficile rispondere senza tirare in ballo i fomentatori di odio e paura che si aggirano in questo paese. Da anni assistiamo a una campagna mediatica che ci bombarda fino a farci credere che questo sia un paese allo sbando per colpa degli immigrati in genere, anche perché è più facile scrivere quotidianamente di stupri, furti e rapine piuttosto che ripetere ad infinitum di tagli a tutte le forze di polizia. In particolare la comunità cinese è quella a più bassa incidenza criminale in Italia, (i crimini avvengono perlopiù all’interno della comunità stessa) ma ciò non la risparmia da ogni sorta di pregiudizi su triadi etc.
Possiamo affermare alla fine del documentario che i cinesi oggi sono come gli italiani di qualche tempo fa, quegli italiani che emigravano per cercare fortuna altrove?
È curioso come si va ad osservare una comunità che sembra lontana anni luce da noi, di cui non si fa che affermare la diversità per poi scoprire meccanismi assolutamente identici ai nostri. Così come loro hanno le Chinatown, in ogni metropoli che si rispetti c’è una Little Italy, a imperitura memoria del nostro modello di emigrazione, così recente e così simile al loro. Ma in questo paese pare ci sia troppa fretta di dimenticare chi siamo e da dove veniamo.
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