
9 agosto 2009 | Sara Menafra | Il Manifesto
L'Anello mancante nelle trame nere della Repubblica
Quel che meno convince del libro di Stefania Limiti "L'Anello della Repubblica. La scoperta di un nuovo servizio segreto. Dal fascismo alle brigate rosse" è probabilmente il titolo: almeno nella parte in cui si parla di un nuovo «servizio segreto». Il testo edito da Chiarelettere spiega infatti già dall'introduzione di Giuseppe De Lutiis che più che di un servizio bisogna parlare di «un organismo, di un gruppo» del quale non conosciamo l'organigramma esterno alle istituzioni ma che probabilmente ha operato dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni Settanta.
L'Anello o «noto servizio» come viene chiamato nei rapporti del Viminale (e qui la prima conferma: se il servizio fosse stato istituzionale perché dedicare delle indagini di polizia la sua esistenza?) l'organizzazione, dunque, viene portata alla luce casualmente da Aldo Giannuli nel 1998, il quale mentre lavorava da consulente per l'inchiesta sulla strage di piazzale della Loggia trova in un archivio del Viminale i faldoni dedicati all'Anello. E un rapporto introduttivo che comincia così: «Questa è la storia di un servizio informazioni che opera in Italia dalla fine della guerra e che è stato creato per volontà dell'ex capo del Sim (i servizi segreti fascisti n.d.a.) generale Roatta».
L'Anello, al centro dell'inchiesta di Limiti, è un'organizzazione eversiva trasversale alle istituzioni. Un «anello» per l'appunto, che collegava strutture come «Stay Behind» ai movimenti eversivi di destra. E che almeno indirettamente dalla fine della guerra agli anni Settanta ha potuto contare sui finanziamenti arrivati dagli Stati Uniti.
La prima operazione dell'Anello è proprio l'organizzazione della fuga del fondatore, il generale Roatta, all'indomani della sua condanna per l'omicidio dei fratelli Rosselli. Nascosto per due anni nel territorio del Vaticano, il generale fu fatto espatriate in seguito nella Spagna franchista. Al comando dell'Anello resta prima un certo Otimsky, ebreo polacco, e quindi l'ex maggiore Adalberto Titta, che pilotò l'aereo usato per portare Roatta in Spagna.
Nei documenti raccolti in L'Anello della Repubblica si riconosce un quadro avvincente delle trame nere che hanno attraversato l'Italia dal dopo guerra agli anni '80, anche se non sempre è chiaro il ruolo concreto di questa organizzazione eversiva a metà tra le istituzioni e l'ultradestra. Più chiaro sembra essere il contributo dato alla fuga di Herbert Kappler dall'ospedale del Celio, dove era ricoverato, fino in Germania. Il dottor Giovanni Pedroni, medico curante dell'intero gruppo, si sarebbe occupato di visitare il responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. È egli stesso a raccontare all'autrice: «Titta andò a Roma e prelevò il Kappler dall'ospedale dell'Isola Tiberina, dove era giunto proveniente dall'ospedale Celio. Preciso che io appresi dal Titta che la persona che avevo visitato era il Kappler, successivamente alla stessa (visita, n.d.r.)».
Come Stefania Limiti dice fin dalle prime righe questo «non è un romanzo, ma un'inchiesta dunque la fantasia non potrà colmare alcuni inevitabili vuoti». La procura di Brescia ha avviato un'inchiesta sull'Anello e, morto Titta già nel 1978, Giovanni Pedroni ha recentemente confermato tutte le dichiarazioni sull'esistenza dell'Anello e sui saldi rapporti con le istituzioni. Le indagini potranno forse chiarire quello che in questo testo ancora manca.
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