
21 luglio 2009 | Simone Cumbo |
L'Altrapagina
Moro doveva morire
Parla Sandro Provvisionato, coautore di un libro su Aldo Moro
A 30 anni dall’uccisione di Aldo Moro sono ancora molti i dubbi che si celano dietro a questo rapimento. Circostanze anomale, depistaggi e il sospetto, più che fondato, che dietro a tutto ciò c’era ben altro. Insomma le Brigate Rosse hanno fatto il lavoro sporco ma sono stati in molti, dentro le istituzioni, a permettere o, peggio ancora, a favorire la scomparsa prematura di Moro.
Uno scenario inquietante ma pieno di riscontri. Ne parliamo con Sandro Provvisionato, autore insieme al giudice Ferdinando Imposimato che si occupò allora del rapimento dello statista democristiano, ma purtroppo a esecuzione avvenuta, del libro "Doveva morire" edito da ChiareLettere.
Allora, Provvisionato, Moro doveva proprio morire?
“Stando a quanto è emerso in quest’ultimo periodo è fuori di dubbio che Moro doveva morire. La sua fine, purtroppo, era segnata fin dal primo momento. Lo dimostra il fatto che in quei 55 giorni nessun tentativo reale fu fatto non solo per salvarlo, ma neanche per cercare la “prigione del popolo” dove lo statista era detenuto. Nel libro scritto con Imposimato, che è una vera e propria controinchiesta, elenchiamo otto occasioni in cui Moro avrebbe potuto essere liberato, ma qualcosa intervenne sempre per bloccare ogni tentativo. Il fatto è che ancor prima di essere sequestrato Moro era incosapevolmente finito al centro di una coincidenza di interessi che lo volevano morto. Se le Br sono state la pistola che ha ucciso Moro, altri hanno premuto il grilletto. Nel libro indichiamo chiaramente questi soggetti: spezzoni della Dc, il suo partito, gli americani, ma anche i sovietici. Potrebbe sembrare un complotto da fantascienza, ma nel caso Moro non c’è alcun complotto. Ogni forza spinge perché Moro muoia. E così avverrà”.
Nel libro sono molte le circostanze ambigue, alcune davvero inquietanti, su questa oscura vicenda. Per esempio, depistaggi come quello del lago della Duchessa e la sensazione che la fine di Moro facesse comodo a molti ambienti. Parliamo di un’epoca, gli anni 70, nella quale la P2 aveva molti “infiltrati” nelle istituzioni.
“La P2 nei giorni del caso Moro –- ma lo scopriremo solo tre anni dopo, quando verranno trovati gli elenchi degli affiliati alla Loggia di Licio Gelli – è il vero motore del Paese. Basti pensare che ben 57 persone impegnate in maniera istituzionale nel risolvere la crisi rappresentata dal sequestro Moro risulteranno affiliate alla P2. Tranne l’allora ministro dell’Interno Cossiga (e questo è davvero singolare) tutti coloro che parteciparono al Comitato di crisi istituito al Viminale erano piduisti, a cominciare dai capi di tutti i servizi segreti”.
Molti politici, penso a l’ex Presidente Cossiga all’epoca Ministro degli Interni, non hanno mai detto tutta la verità, ma si arriverà mai a far luce su questa tragica pagina di storia?
“Cossiga e Andreotti sanno la verità. Oggi continuano a dire che operarono seguendo la ragion di Stato, ossia la politica della fermezza sottoscritta da Dc e Pci. Ma fermezza non vuol dire stare fermi, immobili. Si può essere fermi, pur continuando a cercare la prigione di Moro. In otto occasioni, lo ripeto, si arrivò a un passo dalla “prigione” di Moro, ma sempre l’ordine che arrivò dal Viminale fu quello di fermarsi. Ecco, la vera politica della fermezza fu quella di far in modo che Moro venisse assassinato”.
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