Marco Travaglio

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Marco Travaglio è direttore de “il Fatto Quotidiano” e collaboratore fisso del programma “Servizio pubblico” di Michele Santoro. I suoi molti libri, tutti bestseller, compongono insieme una controstoria dell’Italia della Seconda Repubblica, da L’ODORE DEI SOLDI (con Elio Veltri, 2001), MANI PULITE (con Peter Gomez e Gianni Barbacetto, 2002 e 2012), REGIME (con Peter Gomez, 2004), ai più recenti AD PERSONAM (2010) e VIVA IL RE! (2013). Dopo i successi teatrali di PROMEMORIA , ANESTESIA TOTALE (con Isabella Ferrari), È STATO LA MAFIA (con Isabella Ferrari e con Valentina Lodovini), è in scena con il nuovo spettacolo SLURP (con Giorgia Salari, sempre per la produzione Promo Music).
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le mie risposte

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«Montanelli in lacrime che ci salutava per colpa di quello lì. Ecco quale è stato l'inizio». A Marco Travaglio avevo chiesto di raccontare l'origine della sua crociata contro Berlusconi. Quindi la sua crociata contro Berlusconi ha origini sentimentali.
Quell'episodio mi ha aperto gli occhi. A quell'epoca erano ancora in molti a credere alla rivoluzione liberale che propagandava Berlusconi. Ma le pare che un liberale butti fuori Montanelli perché è troppo libero?
Come ha conosciuto Montanelli?
Era il mio mito da sempre. A vent'anni volevo fare il giornalista solo per lavorare con lui. Molestai per mesi la sua segretaria al Giornale, finché non ottenni un appuntamento. Lui mi invitò a pranzo con Giovanni Arpino, lo scrittore. Al caffè gli consegnai i miei articooli. Non ebbi notizie per sei mesi.
E poi?
A Pasqua dell'87 mi telefonò la sua segreteria: "Le passo Montanelli". Pensai fosse uno dei miei amici che mi prendeva per il culo. Invece era davvero lui: mi propose di collaborare da Torino. Nel '92 Repubblica mi offrì l'assunzione: a me, che scrivendo due pezzi al giorno guadagnavo al Giornale un milione e seicentomila lire, offrivano uno stipendio da 4 milioni e mezzo. Ma io consideravo Repubblica il diavolo: ero molto anticomunista, e allora i comunisti c'erano ancora. Avevo 28 anni, mi dovevo sposare. Andai da Montanelli e gli dissi che ero pronto a rinunciare se mi avesse assunto lui per un milione e mezzo. Ribaltò l'amministrazione pur di prendermi.
Ma solo due anni dopo Berlusconi decise di entrare in politica.
Intervenne in assemblea di redazione e disse che ci sarebbero stati gli investimenti che tutti chiedevano, ma che in cambio dovevamo partecipare alla sua battaglia. Un minuto dopo Montanelli si dimise. Gli diedi una letterina di saluto: "Ti prego, non lasciarmi qui". E lui mi portò alla Voce.
Molti anni dopo, è stato lei a fondare un giornale.
Da tempo, con i colleghi più vicini, ci lamentavamo di quanto fosse diventato difficile lavorare. Una volta gran parte del tempo la dedicavi a cercare notizie, oggi la passi a litigare con i capi per fartele pubblicare. Trovai allucinante poi come fu mandato via Padellaro dall'Unità: in un'intervista al Corriere, Veltroni disse che ci voleva un direttore donna. Non lavoro per un giornale che risponde alla segreteria di un partito.
Quindi avete deciso di auofinanziarvi.
Su voglioscendere.it, il blog che avevo fondato con Peter Gomez e Pino Corrias, ci chiedevano: "Perché non fate un vostro giornale?". Da Giorgio Poidomani, ex amministratore delegato all'Unità, scoprimmo che un giornale molto piccolo si poteva reggere solo sulle vendite. Esattamente due anni fa, nel maggio del 2009, lanciammo l'esperimento su Internet: chiedevamo ai nostri internauti di abbonarsi prima dell'uscita del giornale. Entro l'estate del 2009 avevamo raccolto trentamila adesioni, che poi salirono a 40 mila.
Chi sono i vostri lettori?
In maggioranza, giovani che non hanno mai letto giornali. E poi, gli insoddisfatti degli altri quotidiani.
Quanto conta Travaglio in questo successo?
Un po' conta. Ci sono gli 850 mila contatti della mia pagina Facebook, c'è la mia rubrica Passaparola che ogni lunedì va in diretta sul blog di Beppe Grillo, e che poi gira molto su Youtube, con 400 mila visite a settimana. Ma non penso che la gente spenda un euro e 20 solo per leggere il mio articolo, tanto più che a volte lo trova gratis in Rete.
Per strada la riconoscono?
Si.
Tutti fan?
Non tutti. Qualche mese fa stavo andando al concerto di Renato Zero, sono un grande fan, e a Villa Borghese un tizio che faceva footing mi ha urlato: "Travaglio vaffanculo".
Perché piace Il fatto?
Perché dà notizie che gli altri non danno, e le seleziona. Perché non pesa quintali e non ha quello che trovi già in Rete o in tv la sera prima. Perché separiamo fatti e opinioni e non prendiamo ordini da nessuno: è l'unico quotidiano con un editore puro che non ha altri interessi economici, insieme al manifesto.
Qual è la vostra linea politica?
Ospitiamo firme di destra e di sinistra. Ci leggono i finiani, alcuni leghisti, gente che vota Pd ma è insoddisfatta del partito. Più che una linea politica abbiamo come riferimento la Costituzione: mandiamo a fanculo chiunque voglia smantellarla. E pochi altri valori di fondo: pulizia dentro la politica, laicità, buona amministrazione, libertà di informazione vera, allergia alla guerra per bande per cui se stai a destra o a sinistra al tuo partito le fai passare tutte.
Si definirebbe un uomo di destra?
All'estero mi collocherei in un polo conservatore. Non a ogni costo, ovviamente. In America non mi sarei identificato in Bush perché lo reputo un cretino, ma Reagan è stato quello che ha dato la più lunga curva di prosperità agli Stati Uniti: Obama si ispira a lui. In Francia non mi ritrovo in Sarkozy ma Dominque de Villepin, che Sarkozy ha fatto fuori con un complotto giudiziario, mi piaceva tantissimo. Adoro la Merkel.
In Italia, invece?
Non mi identifico in nessun partito della destra italiana. Mi sarebbero piaciuti Einaudi, De Gasperi. Mi è capitato di trovare in alcuni politici di centrosinistra sprazzi della destra come la intendo. Prodi, per esempio: tra lui e la Merkel, che differenza c'è?
Fini?
Ho molto apprezzato il suo coraggio: sapeva che, andando via dall'ombrello del Pdl, sarebbe piovuta merda, ma non si è lasciato comprare. La classe dirigente che lo circonda, però, non mi pare all'altezza del compito che si è dato: fare una destra legalitaria e antiberlusconiana.
Ha ragione, dunque, chi dice che lei è antiberlusconiano e basta?
No. E non sono nato con Berlusconi. Sono un giornalista torinese che ha scritto un libro sulle tangenti della Fiat e che per questo si è bruciato ogni chance di lavorare alla Stampa.
Se non è di sinistra, perché continua a lavorare in giornali e trasmissioni di quell'area politica?
Perché, mentre gli elettori di destra sono uguali ai loro politici, gli elettori di sinistra sono meglio della loro classe dirigente. Più aperti. Santoro non ha mai cambiato una virgola dei miei interventi, anche se parlo male di Bersani. Del resto, anche lui è considerato dai vertici del Pd incontrollabile, quindi nemico
Quindi fra lei e Santoro non c'è una gran differenza.
Si sbaglia: c'è. Oltre che culturale, anagrafica: Michele ha 13 anni piu di me, appartiene ideologicamente al `68. Se io fossi stato grande in quegli anni, avrei finito per stare dalla parte dei celerini. Perché, come disse Pasolini, c'era molto più proletariato nella polizia che nei dimostranti. I fighetti in Ferrari che vanno a manifestare contro i baroni mi danno fastidio. Odio i radical chic.
Con Santoro litiga mai?
Solo su Israele. Lui è più filopalestinese, io più filoisraeliano. Lui più libertario, io più giustizialista: se uno ruba, vada in galera.
Lei è anche cattolico praticante.
Vado a messa quando posso, ma so essere anche un mangiapreti. Mi va benissimo quando parlano di fede, ma quando mi dicono per chi devo votare, quanti embrioni posso impiantare, violano il Concordato: avere privilegi fiscali comporta che da certi temi debbano astenersi.
Suo padre che mestiere faceva?
Progettista di treni. Unico stipendio in una famiglia con tre figli, tutti maschi. Io sono il primogenito. Gli schiaffoni arrivavano perché volevo sempre avere l'ultima parola.
Laureato?
In storia. Laurea tardiva: l'ho presa solo a 32 anni, quando chiuse la Voce e rimasi disoccupato.
Voto di maturità?
Cinquantotto. Studiavo al liceo classico dai Salesiani un terzo degli altri, ma ero abilissimo a menare il can per l'aia. Mi sapevo vendere quel poco che mi rimaneva in testa.
Dai Salesiani come Berlusconi.
Ma lui vendeva i compiti, che è una cosa diversa.
Che tipo di ragazzo era?
Abbastanza sulle mie, molto timido con le ragazze.
Piaceva, però.
L'ho capito anni dopo, e mi sono reso conto di aver perso molte occasioni.
A che età la prima ragazza?
La bambina che mi piaceva quando facevo le elementari: Elisa. Mia figlia si chiama come lei in onore suo.
Sarà contenta sua moglie.
Tanto lo sa. È stato un amore platonico.
Amori meno platonici?
Tre o quattro ragazze in vacanza, al mare. Ma mi sono messo con mia moglie molto presto, stiamo insieme da quasi 25 anni.
Ha molto successo tra il pubblico femminile.
Anche tra quello maschile.
Vanitoso?
Molto, ma è vanità professionale, non da seduttore.
Eppure ha quella fama. Le hanno attribuito diversi flirt. Persino con Ana Laura Ribas, la showgirl brasiliana.
Me la trovai a cena una sera di due anni fa, con Massimo Fini e altri amici, dopo un mio spettacolo al Teatro Smeraldo di Milano: prima non l'avevo mai vista. Molto simpatica. A dar retta ai giornali, ho avuto relazioni con tutte le ragazze di Annozero: Beatrice, Margherita, Rula (Borromeo, Granbassi, Jebreal, ndr). Basta che ci vada insieme al ristorante. A Libero, Lele Mora ha persino detto che ho un pied-à-terre a Brescia.
Però la Borromeo l'ha anche assunta al Fatto.
L'ha assunta Padellaro. Certo, sono stato io a farli conoscere. Ha iniziato qui come ultima ruota del carro. Sa scrivere, è umile ed è una spugna: impara in fretta.
Il suo fidanzato, Pierre Casiraghi, l'ha conosciuto?
Quest'inverno, a New York. Ero andato per parlare del Fatto alla Columbia University, Beatrice era lì con lui in vacanza. Un ragazzo normale, poco più grande di mio figlio.
Che padre è?
Molto assente. I ragazzi li segue di più mia moglie, che fa la madre e la casalinga. Io sto a Roma 4 o 5 giorni la settimana, torno a casa nel weekend e il sabato loro escono con gli amici: è come se non li vedessi. Alessandro ha 16 anni, Elisa 13.
Si espone molto: non ha mai paura per la sua famiglia?
Mi sono arrivate anche minacce di morte. Ma se ti vogliono far fuori, di solito non te lo fanno sapere.
Ha avuto anche molti processi.
Trecento, fra denunce penali e civili, in 27 anni di carriera. Ma nel penale non ho mai avuto condanne definitive. Ho perso solo sei cause civili, e non per aver detto il falso ma perché il giudice ha ritenuto che la mia critica fosse eccessiva. Del resto ho una linguaccia e, se c'è da fare una battuta, non mi trattengo.
Tre anni fa è stato attaccato da Repubblica, con cui all'epoca collaborava. Giuseppe D'Avanzo, in un articolo contro "il metodo Travaglio", insinuava che anche lei avesse il suo scheletro nell'armadio: una vacanza parzialmente finanziata da un ufficiale di polizia giudiziaria poi condannato per mafia.
Come ho spiegato sul mio blog, allegando le ricevute, nessuno mi ha mai pagato una vacanza. Quell'attacco arrivava all'indomani del mio intervento su Renato Schifani da Fabio Fazio. Quello era un momento di inciucio tra destra e sinistra, il Pd aveva applaudito Schifani neoeletto presidente del Senato, e in trasmissione mi sono dichiarato stupito che i giornali di sinistra avessero omesso dalla sua biografia i due soci in seguito condannati per mafia. D'Avanzo con quell'articolo forse voleva giustificare il fatto di non averne scritto nemmeno lui. Paragonava le frequentazioni di Schifani alle mie, per via di una vacanza che avevo fatto con Giuseppe Ciuro. Ma Ciuro, che mi era stato presentato dal mio amico giudice Antonio Ingroia, all'epoca era considerato uno stimato investigatore dell'antimafia. Solo in seguito sarebbe stato condannato per aver passato informazioni sull'inchiesta a un imprenditore sospettato di collusioni mafiose. Una conoscenza occasionale contro due soci: c'è una bella differenza. Comunque poi D’Avanzo mi ha difeso su Repubblica quando Cicchitto mi additò alla Camera come mandante morale dell’attentato di Tartaglia, quello della statuetta.
Un altro scontro con Repubblica, più recente, è avvenuto perché lei ha preso le difese di Antonio Ricci dopo che Natalia Aspesi lo aveva accusato di aver gettato, con i suoi programmi, le basi del berlusconismo, e di fare propaganda occulta per il suo capo.
Dire che Berlusconi sia nato grazie al Drive In, e che Ricci sia un suo propagandista, è un errore di storia della Tv, oltre che una mancanza di senso dell'umorismo. Ci si dimentica che Berlusconi voleva fare una Tv conformista, uguale alla Rai: infatti prese tutti quelli che ci lavoravano pagandoli dieci volte di più. A me Drive In piaceva molto, era un programma di rottura, svelto, spiritoso. Le donne svestite erano una parodia, esattamente come le ragazze Coccodè di Arbore. O pensano che anche Arbore lavorasse per Berlusconi?
Ha criticato anche Saviano, dopo il programma con Fazio.
Ho solo scritto che da Vieni via con me mi aspettavo qualcosa di meno pettinato. Sembrava un presepietto della sinistra politicamente corretta. Quando parla dei rifiuti a Napoli, mi sta bene che dia la colpa alla camorra, ma forse bisognerebbe dire che c'è anche una responsabilità dei napoletani, se continuano a eleggere dementi che non riescono neppure a organizzare la raccolta differenziata, o un ciclo integrato dei rifiuti come ce l'hanno persino a Calcutta. Mi sarebbe piaciuto sentire qualche nome di politico, invece i politici sono andati a fare la passerella. Anche quelli che tenevano il sacco ai veri responsabili della monnezza di Napoli.
A proposito di politici vecchi e nuovi: che ne pensa del sindaco di Firenze Matteo Renzi, così critico verso i dirigenti della sinistra?
Mi sembra più vecchio di quelli che vorrebbe rottamare. Troppo per la personalizzazione della politica, troppo mediatico. E poco furbo: si è fatto fregare da Berlusconi, che ha subito raccontato di averlo ricevuto ad Arcore. Se vuoi chiedere soldi per Firenze, non vai nella residenza privata e di nascosto, ma a Palazzo Chigi accompagnato da un addetto stampa. Altrimenti vuol dire che hai già accettato il conflitto d'interessi, non te ne frega niente. Trovo più nuovi il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, o il sindaco di Bari Michele Emiliano.
Perché le dà fastidio che un politico sia mediatico?
Mi dà fastidio anche Vendola quando parla della fabbrica di Niki, I cinque libri di Niki… Niki dappertutto. Terribile.
Non è troppo snob? Comunicare oggi è importante.
Il mio presidente del consiglio ideale è noioso e balbetta, ma lavora. Diverso è il ruolo del leader di partito. Non ho ancora capito che cosa vogliano fare Vendola e Bersani: temo entrambe le cose, e non mi sembra giusto. I migliori premier che abbiamo avuto, Ciampi e Prodi, non avevano dietro un partito.
Se ci fossero le elezioni domani, chi voterebbe?
L'Italia dei Valori. Proprio perché l'ho votato, se Di Pietro fa degli errori, come quello di appoggiare il pluriinquisito De Luca come governatore della Campania, lo scrivo. Di Pietro è uno dei pochi che non serba rancore.
Dieci anni fa Daniele Luttazzi la ospitava nel suo programma, Satyricon, dove lei presentò il suo libro sulle origini della ricchezza di Berlusconi: da allora, non ha più lavorato in televisione.
E dire che riempie i teatri: quello di Daniele è il caso più vergognoso.
Si sente mai in colpa nei suoi confronti?
No. Fu un suo atto di coraggio consapevole, non un mio colpo di mano. Non ci conoscevamo nemmeno, e non eravamo in diretta, eppure mi mandò in onda senza tagli.
Parlava del Drive In: che altro ricorda con affetto, dei suoi anni Ottanta?
La disco music: gli Abba, i Bee Gees, Gloria Gaynor.
Tutte icone gay. E prima aveva detto di Renato Zero.
Se vuole che peggiori la mia situazione, aggiungo i Boney M. Tutte cose che si ballano, molto carine.
Manca solo la Carrà.
La adoro. Soprattutto da quando, ospite da Fazio, ha detto che legge il Fatto tutte le mattine. Me la sarei baciata.


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Marco Travaglio

“OGNI SERVO HA IL PADRONE CHE SI MERITA E VICEVERSA. I LECCACULO NON CAMBIANO IDEA: CAMBIANO SOLTANTO CULO. PER QUESTO VEDIAMO TANTE LINGUE TRASFERIRSI DA UN CULO ALL’ALTRO IN MANIERA COSÌ IMBARAZZANTE.”
MARCO TRAVAGLIO